DNA da viaggiatore: Giulio ha deciso di toccare il mondo con mano

Curiosità, amore per altre culture, passione per le lingue, desiderio di vivere il mondo e toccarlo con mano, hanno spinto Giulio, italiano all'estero ormai da diversi anni, a lasciare l'Italia e a conoscere il mondo non solo attraverso Google Maps. L'abbiamo intervistato e lui con molto piacere ci ha raccontato la sua storia.

 

Quando è stata la prima volta che hai deciso di lasciare l'Italia  e quali sono state le motivazioni che ti hanno spinto a farlo? Potresti raccontarci la tua esperienza di studio/lavoro all'estero?vivere all'estero

Sono cresciuto con le storie dei vari viaggi ed esperienze di mio padre nei quattro angoli del mondo, quindi ho sempre voluto partire per l’avventura fin da quando mi possa ricordare. Ho viaggiato molto sin da piccolo con i miei e poi ho iniziato a viaggiare da solo intorno ai 14 anni in Europa, Asia e America e giunto alla fine del liceo avevo maturato una forte voglia di  trasferirmi e  di vivere all’estero. Sinceramente non mi importava dove, volevo solo partire. La prima occasione si è presentata nel mio ultimo anno di Liceo, quando viaggiando in Giappone sono venuto a conoscenza di una nuova università che offriva un curriculum anche per studenti stranieri. Ossia era possible studiare in inglese nei primi due anni e allo stesso tempo studiare la lingua giapponese in modo da poter concludere gli ultimi due anni del corso in giapponese. Sono sempre stato un grande fan del Giappone. Non ho perso tempo e ho fatto subito l'iscrizione all’Università ottenendo  anche una borsa di studio completa. Putroppo ho dovuto concludere la mia avvventura in Giappone  dopo un anno per problemi legati al rinvio militare. Quindi a mio grande malincuore sono dovuto tornare in Italia, per evitare di diventare disertore, e là  ho deciso di completare i miei studi il prima possible per poter partire per un' altra esperienza. Dopo neanche due anni ero in partenza per la Florida per un programma MBA di 2 anni all'interno del Rollins College.

 

Perché proprio il Rollins College in Florida?

Perché offriva un ottimo MBA per giovani con poca o zero esperienza professionale (al contrario della stragrande maggioranza di programmi che sono rivolti a professionisti con 6 o più anni di esperienza) e perché era in Florida!  Tra i vari alti e bassi della vita, negli USA sono comunque stati due anni fantastici che mi hanno dato soprattutto un' esperienza più pratica rispetto a  quello che possa offrire l’Università Italiana.

Durante  questi due anni ho anche avuto modo di lavorare part time in Private Wealth Management presso UBS di Orlando, di condurre un internship  presso la National Bank of Greece ad Atene e qualche mese presso una società di ingeneria civile  in Costa Rica. Queste esperienze di lavoro e studio in Europa, Stati Uniti e Centro America  hanno contribuito grandemente alla mia maturazione professionale e soprattuto hanno alimentato ulteriormente la mia voglia di proseguire esperienze all’estero. Finiti gli studi in USA mi sono posto il quesito di dove proseguire. Come mia prima scelta avevo Hong Kong, ma purtroppo non si è dimostarta  facilissima come prima esperienza lavorativa, quindi mi sono rivolto verso New York e Londra. Considerando il mio background finanziario erano le scelte più ovvie dopo Hong Kong. Alla fine ho optato per Londra per poter vivere e lavorare in un nuovo Paese... ed eccomi qua tuttora.

 

Hai studiato in Giappone per un periodo, come è stato il primo approccio con il giapponese? Già lo conoscevi o l'hai appreso in loco?

Avevo già passato tre o quattro mesi in Giappone tramite home-stay programs in famiglie giapponesi e avevo studiato il giapponese per circa un anno all’istituto di lingua e cultura giapponese a Roma, quindi non ero impreparato. Una volta in Giappone però avevo all’incirca 3 ore di classi di giapponese al giorno, insieme a normali corsi per un titolo in Business Adminsitration. L’università voleva portare tutti gli studenti ad essere fluenti in giapponese in due anni, con livelli  da 1 a 4, ogni semestre. Come diceva sempre mio padre: “Se vuoi imparare una lingua, trovati una ragazza straniera”.  Quindi ho cominciato ad uscire con una ragazza coreana, che non parlava per niente  inglese e questo mi ha aiutato moltissimo a riuscire a parlare, leggere e scrivere in giapponese senza difficoltà in pochi mesi.vivere all'estero

 

Terminato il periodo di studi hai acquisito qualche certificazione di lingua giapponese? Sapresti dirmi quali sono gli attestati di lingua giapponese più richiesti a livello professionale?

I corsi di lingua giapponese erano strutturati in 4 livelli, ed il livello 1 è il più semplice per il curriculum universitario. Finito il  livello 2, nel secondo semestre ho superato senza difficoltà il JLPT level 3 (Japanese Language Proficiency Test). Il JLPT è strutturato in 4 livelli,  con il livello 4 il più avanzato. Passare il livello 4 significa avere un' ottima conoscenza del giapponese da poter studiare in un' università in Giappone senza problemi, quindi sono abbastanza soddisfatto di aver superato il livello 3 in un solo anno. Il JLPT è il test di lingua giapponese più standardizzato e riconosicuto, forse l’unico riconosciuto a livello globale.

 

Ora sei stabile a Londra e  hai un lavoro fisso già da tempo. Come mai Londra e non un'altra città? E soprattutto cosa ti dà in più l'Inghilterra rispetto all'Italia?



Londra l’ho scelta per esclusione. Trovandomi negli USA, ma volendo proseguire per un nuovo Paese, Londra era la scelta più logica. Nel 2006 la sterlina era forte, Londra si era affermata come capital mondiale della finanza e soprattutto non vi erano segnali di crisi. In più come cittadino europeo non avevo bisogno di un visto, per conseguirlo spesso si perde tempo prezioso.

Dal punto di vista professionale sicuramente Londra offre più possibilità ai giovani, in molti campi. È un Paese più concreto e meritocratico dove anche se non hai conoscenze puoi comunque costruirti una carriera fondata sulle tue capacità. In più hai tutti i vantaggi di una vera città globale. Hai la possibilità di incontrare molti stranieri, fare conoscenze, imparare più o meno qualsiasi skills tu voglia. Ma soprattutto Londra ti dà la possibilità di essere te stesso, la maggior parte delle persone che ti giudicano a Londra sono turisti in una breve visita per il weekend…

 

vivere all'esteroAvendo vissuto, studiato e lavorato in diversi Paesi, pensi che conti di più una certificazione linguistica o in effettivo durante un colloquio di lavoro quello che valutano è la tua conoscenza a livello pratico?

La cosa più  importante è saper effettivamente comunicare a livello pratico  nella lingua straniera. Durante i miei vari colloqui all’estero, le mie conoscenze nelle varie lingue che ho aggiunto al curriculum sono quasi sempre state testate verbalmente. Avere un certificato può dare un'ulteriore spinta morale, ma non è certo  indispensabile. Semmai è  più importante il contrario: bisogna saper accompagnare un buon utilizzo della lingua parlata ad un eventuale riconoscimento linguistico tramite certificato.

 

Qual è la tua esperienza come lavoratore all'estero?

Sono un grande supporter dei lavoratori all’estero, tutti dovrebbero passare un pò di tempo a lavorare all’estero. Dovrebbe essere obbligatorio! Solamente vivendo e lavorando in un'altra realtà si possono conoscere a pieno altre culture e Paesi, e anche noi stessi. È un reality check, ossia ci permette di valutare se le nostre circostanze e aspettative si conformano alla realtà. Ho sempre provato una forta emozione nel trovarmi in posti completamente differenti e fuori  dalla mia comfort zone, bisogna perdersi per trovare se stessi. È solamente così che possiamo maturare e valutarci  e scoprire cosa vogliamo fare e diventare.

 

Visto che il nostro sito si occupa nello specifico di come creare e  organizzare un curriculum vitae, ci puoi raccontare la tua esperienza riguardo ai diversi curricula che avrai dovuto presentare nei posti di lavoro all'estero? Per esempio quali differenze hai notato nell'impostazione di un curriculum in giapponese, rispetto ad uno in italiano o in inglese

Un CV/Resume deve avere come qualità  indispensabili chiarezza e facilità nella lettura. I recruiters hanno fin troppi documenti da visionare per una sola posizione e quindi dedicano in media meno di 10 secondi a scannerizzare velocemente un CV/Resume e in pochi secondi vedono se le qualità necessarie per ottenere la  posizione balzano all’occhio. Quindi come consiglio manterrei un CV/Resume di non più di una pagina e cercherei di far emergere graficamente le informazioni più rilevanti dal punto di vista educativo e professionale. È anche molto utile avere un paio di  righe di presentazione, a seguire i dati personali, per mandare un messaggio chiaro su chi siamo e cosa cerchiamo. Importante è anche fare l’editing su misura del CV per determinate posizioni. Se alcune posizioni si concentrano di più sui risultati accademici, l'educazione dovrebbe essere messa in risalto, al contrario potrebbe succedere che per altre aziende  siano più importanti le esperienze professionali, di conseguenza è là che bisogna porre l'attenzione.

Comunque rimane sempre fondamentale riuscire a mantenere il documento facile da leggere e chiaro. Per quello che riguarda il format, nei vari Paesi penso che la differenza maggiore sia nei dati che vengono rilasciati in quello che viene chiamato equal opportunities, ossia garantire a tutti le stesse opportunità indipendentemente dalla situazione sociale. Qui passiamo da una zero tolerance negli USA dove non è considerato accettabile includere alcuna informazione personale al di fuori del nome (quindi sesso, razza, età, religione etc. non vengono indicati), ad una situzione più bilanciata nel Regno Unito, dove alcuni dettagli personali vengono introdotti nei curricula, ad una invece molto più intrusiva situazione in Giappone, dove molto spesso oltre all'introduzione dei vari dati personali, è  necessaria anche una foto. Questo logicamente dipende dalle varie radici culturali e quindi vediamo due estremi tra USA e Giappone: il primo caratterizzato da un forte perbenismo e dal politically correct, il secondo più intrusivo e meno attento alla privacy.

 

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